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Tevere nel Dicembre 2007 PDF Stampa E-mail
Scritto da Giorgio Paoli   

Quando ho iniziato a pescare a mosca, molti anni fa, il “maestro” da cui ho ricevuto le basi per diventare un PAM, si preoccupò, ancor prima di fornirmi l’abc della tecnica, di darmi delle indicazioni sulle motivazioni di fondo della “divina arte”, che non sono riuscito più a dimenticare. Una di queste recitava che: “per potersi definire pescatori veri, bisogna essere in grado di pescare, e catturare, in tutte le condizioni climatiche ed ambientali possibili e immaginabili.”

Mi sono portato dietro questo dogma per tutta la vita, a volte subendolo come una sorta di complesso, altre volte invece è stato talmente di stimolo, che mi ha permesso di costruire un bagaglio di conoscenze tali da considerarlo come il vero motore di sviluppo delle mie ancora limitate capacità personali.

Tante e varie sono state le condizioni in cui mi sono dovuto confrontare con situazioni ambientali difficili e problematiche, ma raramente ho vissuto esperienze come quella fatta nella riserva del  Tail Water Tevere a Sansepolcro il fine settimana tra il 15 ed il 16 Dicembre dello scorso anno 2007.

Con gli amici del club Friends of Fly durante la cena di fine anno, si organizza la spedizione.

Il Presidente, Carlino, Claudio ed io. A Sansepolcro si aggregherà un amico di origini Ungheresi.

La prima preoccupazione che mi assilla è ovviamente legata alle previsioni del tempo.

 Siamo in Dicembre e la cosa non mi tranquillizza affatto, il LAMMA Toscana parla chiaro, neve e freddo polare in tutta la zona appenninica, anche intorno alla riserva del Tevere, neve anche a quote inferiori a  300 mt.

Si parte comunque, sabato mattina da Lucca, alloggeremo presso l’agriturismo il Violino, e l’entusiasmo, almeno dal mio punto di vista non è certo alle stelle, diciamo che covo un concreto scetticismo, che cerco maldestramente di nascondere agli altri.

Preoccupato delle possibili ore da passare al freddo, mi sono cautelato oltre il limite per ovviare a questo problema. I Waders in neoprene si riveleranno assolutamente confortevoli e salutari.

Vicino ad Arezzo intravediamo i segnali della recente nevicata, venuta giù nelle ultime ore della nottata e a Sansepolcro il manto nevoso è di circa 3 cm, l’atmosfera è surreale, cielo grigio, nevischio ad intermittenza trasportato dal vento di tramontana, freddo e teso.

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Sbrigate le formalità per l’alloggio ed i permessi alle 11.00 circa siamo tutti in pesca. L’ambiente è molto suggestivo con la neve, il silenzio è rotto solo dalle folate del vento che scuote le scheletrite fronde…..ero abituato a frequentare la riserva in estate, adesso è tutta un’altra cosa

Scegliamo la zona centrale della riserva, a valle della “spiaggia dei bagnanti”.

Il Presidente con l’Ungherese opta per le ampie piane più a valle, Carlo e Claudio coppia fissa, al centro, io preferisco risalire più a monte per provare nella stessa piana, dove a Settembre ho effettuato una serie discreta di catture di temoli e trote, anche di ottima taglia. Questa scelta è motivata soprattutto dalla regola che mi sono imposto, da sempre, di cercare sempre la controprova a distanza di tempo e con condizioni ambientali diverse, per confermare che il successo di una volta, non sia stato solo frutto di un evento casuale o fortunoso.

Premetto che, nella pesca al Temolo sono un vero neofita, il primo temolo catturato in vita mia è stato proprio nella TWT nel 2006, questa è la quinta o sesta volta che ci riprovo.

A Settembre comunque, le numerose catture fatte mi hanno confortato sull’evoluzione della mia tecnica di pesca, ed adesso sono qui in una terribile giornata di Dicembre a cercare di trovare conferme.

Inizio la pesca con una piccola ninfa che esplora una leggera corrente vicina ad una serie di grossi massi. Non c’è al momento nessuna attività in superficie, e dopo una serie di tentativi ecco la prima cattura, non è molto grosso, ma è molto combattivo, buon segno. Con meno sfiducia di quando ho iniziato, abbandono quella posizione perché poco sopra inizia la piana dove sono concentrati i miei interessi.

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La parte terminale scorre con acque liscia e lenta, solo a monte la leggera corrente di ingresso increspa la superficie, l’ambiente mi sembra perfetto e prima di iniziare a pescare, riesco a trattenermi quel tanto necessario per valutare bene la situazione.

Mi arresto, in osservazione della superficie, per scrutare il minimo accenno di vita e non sono per niente fiducioso di vedere delle bollate, visto la temperatura ed il clima, ma ad un tratto il mio scetticismo viene smentito dal chiaro segno di una bollata non molto distante dalla mia posizione.

Non riesco a capire che cosa sta volando o schiudendo ma mi accingo a provare.

Cambio finale ed esca e lego al terminale dello 0,10 una piccola emergente di chironomo, su amo del 18, al momento l’unica cosa plausibile da utilizzare.

Lancio, come da regola, molto a monte della bollata, una passata, due, alla terza il temolo sale, ma rifiuta. Resto un momento impietrito, non solo dal freddo, la sagoma del pesce salito alla mia imitazione era di quelle che ti fanno venire il cuore in gola.

Lascio passare alcuni istanti, in quei momenti non si calcola il tempo e poco anche lo spazio, e riprovo, perché ho visto un paio di metri più a monte bollare di nuovo.

L’acqua scorre lenta e liscia, non è molto profonda, le bollate non sono distanti ed ho un lancio agevole, il finale lavora in maniera ottima, morbido e pulito, nonostante il vento, la mia imitazione “spiuma” in maniera perfetta.

Un temolo sale di nuovo, dopo l’ennesima passata, ed è un nuovo rifiuto. Adesso non sento più nemmeno il freddo, l’adrenalina è alle stelle, l’emozione mi stringe alla gola. Riprovo con una punta di rabbia, la bollata non si fa attendere ed è ancora rifiuto.

Cosa sta succedendo? Mi chiedo. Sono qui immerso nell’acqua gelida, nevischia e soffia un vento maligno, ci sono temoli che bollano su insetti invisibili, e non riesco ad ottenere il minimo risultato.

Mi vedo piccolo piccolo, immerso in una natura che mi sovrasta per la sua bellezza ed il suo mistero, incapace di interpretare la chiave di lettura dei segreti che governano il mondo delle acque. Tutta la mia esperienza, gli anni di pesca, le mille e mille prove fatte, si annullano in quell’istante.

Provo a riflettere, l’equazione e semplice da imbastire, Temoli, freddo, insetti invisibili…..

Già! insetti invisibili, ecco dove sta la risposta, insetti invisibili. La mia imitazione è troppo voluminosa troppo “grassa” pur essendo montata su un amo del 18, per me, già troppo piccolo.

Devo ridurre il volume, potrei farlo con un artificiale sul 20, ma la siluette mi sembra ancora troppo vistosa, e non voglio ancora adottare una tecnica sommersa, non per il momento almeno.

Prendo le forbicine e comincio a tagliuzzare il Cul de Canard come un barbiere fa con i capelli.

Riduco la massa delle barbe ad una piccola pallina intorno all’occhiello, lasciandone solo tre, quattro più lunghe, il corpo magro in quill grigio, rende la “moschina” ancora più esile, impermeabilizzo per quanto possibile il tutto e rilancio l’azione.

Alla prima passata, riesco a malapena ad individuare l’artificiale che comunque non è affondato. Non ho mirato ad una bollata evidente, provo solo a fare una passata, per capire come funziona.

Funziona, perbacco, funziona, il temolo sale e bolla tranquillo, ferro con calma, inizia la  lotta ed è mio. Siamo intorno ai 35 cm, non male, sono felice soprattutto perché ho capito cosa i temoli volevano.

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Seguono altre catture, con sacrificio di diverse imitazioni perché dopo ogni cattura la piccola mosca non riesce di nuovo a galleggiare e devo quindi rinnovare l’artificiale, con conseguente intervento di forbicine.

Fa freddo, sempre più freddo, sono circa le 2 del pomeriggio, ad un tratto mi accorgo che non riesco più a lanciare con precisione, sento la coda come frenata. Prima do la colpa al vento, ma subito dopo realizzo il mistero, gli anelli passanti della canna sono incrostati di ghiaccio e bloccano lo scorrimento della coda.

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Solo in un’altra occasione mi sono trovato nelle prime ore del pomeriggio a pescare con anelli bloccati dal ghiaccio , ed era nell’inverno del 1985, l’anno della grande nevicata.

I miei pensieri volano lontano nel tempo, alle parole del “maestro”, che mi esortava alla filosofia che per essere bravi pescatori bisogna confrontarsi anche con le condizioni più estreme, Sono al massimo della felicità, perché tutto, ma proprio tutto, concorre a questo, i temoli, la mia imitazione modificata sul campo, il freddo, il fiume, color acciaio brunito davanti e intorno a me, la natura nella sua bellezza e forza, che mi avvolge, la solitudine del momento.

Solitudine!!!, mi risveglio dalla beatitudine in cui sono caduto ed il pensiero vola agli amici seminati lungo il percorso del fiume. Provo a realizzare un contatto telefonico per capire dove sono, chiamo Claudio. Pochi secondi ed arriva la risposta. Mi conferma che anche loro stanno catturando, bei temoli e trote, non sanno niente del Presidente e dell’Ungherese, più a valle, chiudo concordando di ritrovarci tra poco, per il rientro. Nel frattempo ci ha raggiunto da Livorno un altro socio del club, Fabio, che si è aggregato a Claudio e Carlo. Ceniamo in albergo, e dopo cena si organizza una seduta di costruzione di artificiali, dalla quale mi esonero perché sono stravolto dalla stanchezza e, rientrato in camera mi getto di peso nel letto. Durante la notte tra Sabato e Domenica nevica abbondantemente, ed al mattino una coltre immacolata di 15 cm circonda l’agriturismo e nonostante siamo tutti ultraquarantenni, abili ed arruolati,  il contagio festoso di una nevicata ci coinvolge come dei bambini.

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Una strana gioia, mista ad un sentimento di pace e leggerezza, mi  pervade quando ritorniamo a pesca nel Tevere per il turno mattutino.

Abbiamo deciso di pescare fino a mezzogiorno, poi dopo pranzo il rientro a casa.

Il paesaggio che ci accoglie lungo le rive del fiume, vale una cartolina illustrata delle più rinomate località turistiche invernali. A differenza di ieri, oggi splende il sole, che illumina il candore della neve. La visione accende in me lontani ricordi della mia infanzia, passata dai nonni contadini, nel podere vicino alle rive del Serchio.

 

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Sono ricordi di felicità e spensieratezza, di natura incontaminata, di pesci, acqua e uomini dal sapore antico. Al di la di ogni possibile considerazione, di fronte a queste emozioni, non posso che confermare quanto valore ha la pesca a mosca quando diventa veicolo di comunicazione tra noi e la magia della natura, ed essere presente lì in quel preciso istante per coglierne il massimo del piacere, mi rende estremamente felice.

Potrei raccontare di altre catture fatte durante la mattinata, di tecniche adottate, di ninfe e di secche, di bollate e rifiuti.

Mi rendo conto che tutto ciò non ha più importanza, sono sazio, pieno di consapevole appagamento.

Il rientro, mi sorprende silenzioso nell’abitacolo della macchina del Presidente, ricordo di aver fatto tutto il tragitto senza dire una parola, immerso nei pensieri e nelle rielaborazioni degli avvenimenti del fine settima trascorso.

Arrivati a Lucca, saluto tutti, e mi congedo dal Presidente con un semplice “Grazie”.

Una sola parola che nasconde mille altre parole.


 

 
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